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Assemini tra passato e presente

 

Tra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento Goffredo Casalis diede l’incarico a padre Vittorio Angius di raccogliere tutte le informazioni sulla Sardegna e le pubblicò nel Dizionario geografico storico statistico commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna. Angius oltre a studiare le opere storiche girò tutta l’isola annotando tutte le informazioni utili alla sua ricerca: usi e costumi, lingua parlata, popolazione, attività economiche e caratteristiche di abitazioni private e pubblici edifici.

 

Quando arrivò ad Assemini annotò che erano presenti 495 famiglie, in tutto 2025 persone che vivevano in 480 case. Queste erano costruite in mattoni crudi e caratterizzate solo dal pian terreno, con un cortile a volte dotato di pozzo in cui però l’acqua era salmastra e si usava solo per il bucato e usi di famiglia, e un orticello. Nei periodi di siccità veniva presa l’acqua dalla fontana Canabis, pozzo romano costruito con blocchi di arenaria, con copertura a crociera a base quadrata, costituita da un’apertura per lato dove poter prendere l’acqua.

 

Degli asseminesi scriveva che erano persone con un carattere lodevole, pacifici, laboriosi, sobri, pieni di vigore, armigeri, amanti della caccia e sapevano governare bene il cavallo.

Gli anziani e le persone distinte indossavano il collettu, cioè una camicia bianca con il colletto come quelle che vediamo indossare oggi dai gruppi folkloristici; gli altri indossavano la mastrùca, una sorta di cappotto con pelliccia naturale verso l’esterno, oppure un giubbone di albagio (grossolano panno di lana), calzoni cortissimi larghi, cartucciera o cinto di cuoio, calzoni bianchi larghi sotto il ginocchio, calze di albagio, cappotto sopra il ginocchio e in testa berretti neri lunghi. Le donne invece indossavano gonne lunghe, un grembiule, un bustino e in testa un grande fazzoletto aperto con due capi intrecciati sotto il mento.

 

Le strade del villaggio erano larghe, tra cui la principale, via Cagliari, era la più regolare e da qui passavano tutti coloro che, partendo da Decimomannu, andavano a Cagliari.

La chiesa parrocchiale era ed è tutt’oggi dedicata a San Pietro, le altre chiese erano dedicate a S. Giovanni, S. Cristoforo, S.Francesco di Paola a cui era annesso il convento (non più presente). Le chiese che allora erano rurali e che oggi invece sono inglobate nell’assetto urbano erano dedicate a S. Andrea e S. Lucia.

La festa in onore di Sant’Andrea si festeggiava il 21 settembre con una corsa di cavalli, stessa cosa per quella in onore di S. Lucia che veniva festeggiata la domenica dopo Pasqua e il 13 dicembre. Il divertimento degli asseminesi era il ballo nella piazza, accompagnato dal suono delle launeddas.

 

Le attività economiche praticate erano l’agricoltura, la pastorizia, la pesca nei fiumi e nella laguna, la caccia e la produzione di ceramiche: brocche, scodelle, fiaschi, tegami, casseruole e altri vasi. Le donne si occupavano della tessitura, in quegli anni erano presenti più di 400 telai e i tessuti, secondo l’Angius, erano molto belli.

Il territorio è in parte pianura e in parte montagna ed è diviso da due fiumi che sfociano sulla laguna, il Rio Mannu e il Cixerri.

 

Credo che l’Angius abbia descritto molto bene Assemini e il suo territorio, con una descrizione accurata sotto ogni aspetto. È stato molto interessante leggerlo per approfondire e capire meglio com’era la vita ad Assemini nella prima metà dell’Ottocento, quando era solo un villaggio.

 

Alcune cose nel tempo sono cambiate, nei primi anni del Novecento ad esempio il paesaggio viene notevolmente modificato ad opera di un’ingegnere austro-friulano, il Conte Angelo Ceconi. Arrivato a Cagliari nel 1902 per lavoro, insieme al padre Giacomo, uno dei più grandi costruttori di ferrovie e strade dell’Impero Austro-Ungarico, per alcune commesse per lavori di sistemazione del porto di Cagliari.

 

Il Conte, laureato in ingegneria idraulica, dopo il suo arrivo in Sardegna venne a sapere della vendita di un vasto appezzamento terriero vicino Cagliari, ad Assemini, e ne rimase talmente affascinato che decise di acquistarli e trasferirsi, nonostante la rendita di questi terreni fosse davvero scarsa, si trattava infatti di pascoli e fondi acquitrinosi nella valle dei fiumi Mannu e Cixerri.

 

Assemini in quegli anni era caratterizzata da case in ladiri, mattoni crudi di fango misto a paglia, con i tetti di tegola, costruite intorno alla chiesa di San Pietro. Tutto intorno c’era solo campagna, i fiumi, la laguna e le montagne. Insieme ai terreni acquistò anche la casa padronale degli Orrù Paderi, in stile piemontese della fine del Settecento e altri terreni per un totale di 1200 ettari. Ristrutturò i vecchi fabbricati e ne costruì altri, bonificò i terreni acquitrinosi costruendo canali di scolo, ripulì quelli cespugliosi e ci costruì fabbricati, impiantando inoltre vigneti e mandorleti.

 

Importò macchine agricole all’avanguardia per l’epoca, insegnando ai braccianti a tagliare il foraggio, portò gli aratri Sack, le seminatrici, le mietileghe. A lui si devono le trivellazioni per la ricerca di acqua potabile che mise a disposizione di tutti gli asseminesi, essi infatti si recavano nel suo cortile a prendere l’acqua da una pompa a mano, chiamata da tutti “sa funtana e su conti” (la fontana del conte), era uno dei pochi punti di approvigionamento di acqua potabile attinta da una falda molto profonda.

 

Nel 1904 venne organizzato il Congresso Turistico a Cagliari dal Touring Club Italiano, occasione in cui il direttore generale Federico Johnson fece per la prima volta un giro nell’isola con l’automobile 16 HP Isotta Fraschini. Dopo centinaia di chilometri arrivò ad Assemini e fece una tappa nel cortile del conte Ceconi, dove era stato organizzato un rinfresco.

 

Il Conte realizzò una moderna azienda agricola apprezzata e conosciuta, tanto che nel 1917 il giornalista e scrittore Pasquale Marica aggiunse, nell’edizione italiana dell’Itinerario dell’isola di Sardegna pubblicato nell’Ottocento da Alberto Della Marmora, altri dettagli su Assemini e su ciò che aveva realizzato il Conte Ceconi. Seguirono altri articoli sulle sue innovazioni e sui progressi dell’agricoltura e dell’allevamento nell’isola anche in altri periodici.

 

L’azienda assunse le sue dimensioni definitive alla fine degli anni Venti, periodo in cui un altro ingegnere, Luigi Conti Vecchi, iniziò a realizzare un’importantissima opera di bonifica nella vicina Laguna di Santa Gilla, in una zona che, in quegli anni, era paludosa e infestata dalla malaria. Vi impiantò una salina e costruì un villagio per i dipendenti, gli operai e i dirigenti, con tutto ciò che poteva servire: case, scuole, strutture ricreative. Grazie a questa realtà industriale all’avanguardia ed eco-sostenibile si ebbe un notevole sviluppo economico e sociale.

 

Oggi giorno le saline sono ancora in funzione e grazie al FAI sono valorizzate, si possono infatti visitare i vecchi edifici della direzione, il laboratorio chimico, l’officina, l’ex falegnameria, inoltre si può fare un giro in trenino tra le vasche e le montagne di sale e passeggiare nel villaggio operaio.

 

Con il tempo la popolazione ad Assemini cresce e il paese diventa sempre più grande. Nel 1920 la popolazione è costituita da circa 4000 persone, nel 1951 da 7000 e nel 1984 da 16.727.

 

Oggi Assemini è una città che conta 26.182 abitanti, in cui si trovano tutti i servizi più importanti ma il centro storico conserva ancora tracce del passato attraverso case campidanesi, vecchi portoni, muri in ladiri, il grande arco in pietra del portale che portava alla sua propietà, tutt’ora il più grande di Assemini, le stalle e la casa del fattore in cui successivamente abitò la nipote del Conte, Eva Kitzmüller, che continuò a gestire l’azienda dopo la morte dello zio, fino al 1970, anno in cui decise di tornare in Friuli.

 

 

 

 

 

 

 

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